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Auditorium al Duomo Firenze Eventi

"Serata del cantautore Marco Cresti: A cosa serve una canzone"
Concerti a Firenze / 27 Aprile 2008, 21:00 / Firenze, Auditorium al Duomo


Organizzazione:
Centro Culturale Auditorium al Duomo


Promotori del Centro Culturale Auditorium al Duomo:
Fondazione Romualdo Del Bianco

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Serata del cantautore Marco Cresti
A COSA SERVE UNA CANZONE
Massimiliano Calderai - pianoforte
Amedeo Ronga - contrabbasso
Luca Ravagni - fiati

indicazioni sulla prevendita
Biglietti 12 Euro / 8 Euro

Prevendita presso BOX OFFICE (Via Alamanni, 39 – tel. 055 210804)
Per informazioni: tel. 349 8453761 (Paola Castaldi)


MARCO CRESTI: A COSA SERVE UNA CANZONE

“Fra tanti ispiratissimi poeti e rubacuori, occhio mi raccomando ai cantautori!
….qualcuno penserà che se fo parte del consesso, sillogisticamente, occhio a me stesso!”

Recita così l’incipit di una mia recente canzone e cerca di tradurre con un po’ d’ironia un mio  personale convincimento: che  se ritengo giusto che alcuni cantautori italiani, e in particolar modo quelli che si sono affermati intorno agli anni ’60, occupino un ruolo di una qualche rilevanza all’interno del panorama culturale del nostro paese, tutto questo dovrebbe tuttavia avvenire come riconoscimento della loro attività di autori di canzoni e non per altri motivi.
Perché sono convinto che sia importante non confondere i ruoli: un cantautore, per quanto bravo possa essere, non può essere assimilato ad altri artisti, dal momento che il “genere” a cui si dedica, ovvero le canzoni, possiede una sua specificità per la quale non è in fondo necessario essere né veri poeti, né tantomeno grandi musicisti. Le canzoni si poggiano infatti su una sorta di alchimia attraverso la quale un motivo musicale cattura la nostra attenzione divenendo rapidamente riconoscibile e nello stesso tempo il testo che lo accompagna ci sembra così aderente a quel particolare motivo musicale, da non poterne immaginare nessun altro!
Si tratta forse più di un lavoro da artigiano, che non da artista….eppure la canzone corrisponde perfettamente ad una nostra necessità che credo non possa essere adeguatamente soddisfatta in altra maniera: a differenza di altri generi musicali - e mi riferisco in particolare alla musica sinfonica o al melodramma - le canzoni si prestano ad essere “adottate” come una sorta di colonna sonora di  particolari momenti storici della nostra esistenza o di una qualche nostra personale situazione  psicologica e/o emotiva e sono dunque perlopiù legate ad un universo intimo, strettamente individuale, anche quando appartengono contemporaneamente a più persone. Ed è grazie al meccanismo di (apparente) semplicità che contraddistingue il “genere canzone”  che alcune di esse risultano fin da subito così familiari, quasi fossimo noi stessi ad averle composte.

Se mi si chiede di spiegare le motivazioni che mi spingono a scrivere canzoni, credo che
la risposta sia implicita in ciò che ho appena detto.
Da una parte un amore istintivo per la musica “leggera” nelle sue (per me) più autentiche manifestazioni, dall’altra la considerazione che le canzoni possono essere utilizzate come uno strumento strettamente privato, efficace e disponibile, per esorcizzare il senso di precarietà e la pena sottile che accompagna l’ esistenza, con tutto ciò che questa consapevolezza si trascina dietro: il bisogno di amare ed essere amati, la voglia di piangere e di ridere, la necessità di riconoscersi in una qualche forma di ribellione politica (in senso lato) o di utopia ecologica.
Per questa ragione mi sono sempre sentito più vicino a quegli autori nei quali più acutamente si avverte la mancanza di un distacco tra il contenuto delle canzoni e la vita concretamente vissuta. Penso in particolare a Bindi (per me il più suggestivo dal punto di vista musicale) o a Tenco, nel quale la sovrapposizione tra canzone ed esperienza esistenziale è stata così radicale da determinarne perfino il suicidio.

Dal punto di vista letterario, poiché ritengo che una canzone sia un “corpo unico” dal quale non ha alcun senso isolare il testo dal contesto musicale, ho sempre nutrito una certa diffidenza nei confronti di certi testi criptici e rarefatti che aspirano ad una propria autonomia espressiva,  poiché ritengo che per ogni genere musicale si debba utilizzare il linguaggio ad esso più congeniale. Basti pensare a come nel melodramma (e penso in particolare a Puccini) certe parole, che in ambiti diversi potrebbero apparire di fatto anacronistiche, risultino viceversa sublimi. Nel mio caso, la manifesta predilezione per l’uso costante della rima trova dunque una doppia motivazione: corrisponde spesso ad una  esigenza ludica, ma soprattutto mi permette di ritenermi un autore di canzoni che non aspira ad essere considerato un poeta!

Tutto questo per ciò che riguarda il mio rapporto con le canzoni; per il resto, devo ammettere che valutando il comportamento di uno come me, che detesta la visibilità al punto da essere ostile perfino alla realizzazione di un  video promozionale - nel quale, ahimè, la propria immagine diventa inevitabilmente protagonista!... - qualcuno possa a buon diritto considerare una forma di sostanziale schizofrenia il fatto che  accolga volentieri le opportunità  che ormai con una certa  frequenza mi vengono offerte per esibirmi pubblicamente.

La colpa, se di colpa si può parlare, consiste prevalentemente nella inaspettata scoperta della condivisione : perché sempre più spesso mi capita di ricevere attestazioni di stima o addirittura di gratitudine, da parte di persone - peraltro molto composite per cultura ed estrazione sociale - che in base a una qualche misterioso percorso trovano in alcune mie canzoni il “filo rosso” di un idem sentire; e tutto ciò a dispetto del fatto, come ho precedentemente detto, che queste canzoni siano sempre state da me considerate una questione sostanzialmente privata.
Ed è per questo che ho deciso di raccogliere ancora una volta l’ invito; nella speranza che questo “filo rosso” possa diventare un’ occasione per nuovi ed inaspettati legami.

Marco Cresti

 

A COSA SERVE UNA CANZONE
Difficile spiegare a cosa serve una canzone,
è solamente un chiodo a cui attaccare un’emozione
e non si può pretendere di chiederle di più  e tutto il resto è inutile
… perché tu sai capire al volo che funziona l’alchimia
solo quando è spontanea e non scimmiotta una poesia
sai che il linguaggio giusto è quello che tu chiedi a me
se vuoi sentirmi dire che amo solo te     

E non mi vergogno se una canzonetta è ormai per me un bisogno
mi commuovo e sento che un mio modo di sentire e uno strumento
il più semplice che c’è per me di essere sincero!

Siccome sei sensibile curiosa intelligente
mi chiedo se è possibile non valga proprio niente
questo mio desiderio di scrivere per te  parole e un po’ di musica….
Mi dici che ti piaccio perché sono  particolare
un misto di selvatico e di crepuscolare
può darsi che sia vero ma io son sicuro che
esiste questa immagine soltanto grazie a te!   

E non mi vergogno di mostrarmi nudo a chi mi sta dintorno
canto e non pretendo che sia il frutto di chissà quale talento
so che una canzone è effimera ma lo è anche la vita!…..

E’ ambigua elementare complicata e anche banale
frutto dell’illusione o di un influsso zodiacale
e non si può pretendere di chiedere di più
se è solo una stellina sperduta in mezzo al blù!   
e non si può pretendere di chiedere di più

se è solo una stellina sperduta in mezzo al blù!

 

Sono vecchio amico di Marco Cresti  e  focoso  ed incondizionato amante delle sue canzoni. Niente di strano: c’è chi dice che la canzone, una volta scritta, non è più dell’autore, ma appartiene all’aria, al mondo, a chi ci si riconosce…..ed  i  temi di Marco mi sono familiari. Mi piace il mare, i pesci, gli animali, i cani nella campagna, i boschi di faggio, i prati, le foglie sotto le foglie. Il sole e la pioggia, i colori e gli odori… I vecchi ritornelli che nessuno canta più, l’amore, il pudore ed il languore dell’amore.
A distanza di anni, abbiamo scoperto che viviamo nello stesso “fondale”.
Ed anche voi, ascoltando queste canzoni, scoprirete lentamente una mappa che vi farà sentire immersi nel “fondale universale” di Marco Cresti. Le canzoni penserete allora di averle scritte voi, la sera prima, su un foglio appoggiato sul comodino!
Marco Messeri (attore)

Per un incredibile e misterioso fenomeno che sembra averlo reso immune dall’orrore contemporaneo,  Marco Cresti scrive canzoni  che ci parlano da una distanza spazio-temporale incolmabile e che rimarginano il nostro scollamento con il senso di autentico che quest’epoca vorrebbe confondere e cancellare.
Il loro maggiore pregio è certamente semplicità e purezza, ma a Marco non deve venir difficile fare così: conoscendolo si capisce che tra lui e la sua arte non vi è alcuna distanza. Io credo che la sua umanissima fragilità sia anche la sua potente antenna di sensibilità, come in quei poeti che molto hanno dato alla vita per poterle succhiare il nettare del loro duro lavoro. Le sue sono canzoni bellissime.
Carlo Mazzacurati (regista)

... in questa tensione di ritegno e di conservazione, in questa morbida ed autoprotetta sfera di privato, un privato in cui ha finito per deporsi lo scisma del politico, si consuma anche il destino di queste canzoni, che è lo stesso destino retrospettivo dei suoi destinatari di elezione. Una generazione appunto che ha molto in comune, certi libri (ed echi di libri e di poeti), ma soprattutto quello che poteva essere e non è stato. Donde una pena sottile, un’amarezza spalmata anche sulla gioia. La politica che fu una passione forte ed inclusiva è diventata una volatile essenza domestica. Che può ancora includere un certo pathos panteistico,che parla di spazi grandi, distese equoree, utopie di libertà nel correlato oggettivo del volo dei gabbiani.Si guarda molto al passato e a un presente affaticato e appena redento. E’ l’elegia di queste canzoni….
Marino Biondi (critico letterario ed italianista) 

….mi piace la tua rabbiosita', che mi ricorda la Berlino di Brecht, anche nei ritmi; e mi piace il tuo amare la fugacita', che e' propria dei giapponesi. Sempre ci sei e sempre ami o soffri o pensi. E sempre ti senti vicino a chi e' diverso da te e dalla nostra natura umana. E' come se cosi' ti completassi….. Tutto questo e' molto poco attuale, molto poco moderno, e quindi molto familiare per me che appartengo ad altre generazioni che un sogno lo hanno avuto e che non hanno temuto la sofferenza.
E' davvero per me una bella compagnia questa tua bella voce che chiede e cerca, questo tuo perpetuo domandare, questo tuo non darti mai pace. E ancora piu' bello e' il tuo saper godere, anche se dolorosamente, della perfezione dell'attimo, il tuo vivere per quello. L'inconquistabile, l'insondabile ti affascina  - il mare, un cane, una donna - e ti completa. Quello che resta e' il mistero….

Da una lettera di  Angela Terzani Staude  (scrittrice)

 

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