Wang Yu
“VUOTO A RENDERE"
C'è silenzio e solitudine, un vuoto a rendere nell'arte con cui Wang Yu si affaccia alla ribalta espositiva che ora attraversa, come fluida corrente, la Cina e l'Europa. Lei giovane pittrice mongola, di nazionalità cinese, già promettente artista diplomata all'Accademia Centrale di Belle Arti di Pechino nel 2004 e laureata in Pittura ad olio con il massimo dei voti sempre presso la medesima Accademia nel 2008, attualmente iscritta al corso di perfezionamento di pittura all'Accademia d'Arte di Bologna, restituisce di opera in opera assoluti di immagini che accettano solo la contemplazione estatica e silente. C'è il tempo della vita, c'è la consapevolezza dell'essere, c'è la meditazione distillata del pensiero nelle tele che Wang Yu scrive con la linea che congiunge oriente e occidente, che campisce con i colori prestati dalla natura, trasfigurati dalla visione endopsichica con la quale veste la realtà contingente, a cui l'ispirazione attinge.
Questo giovane talento, nata nel 1985, si è distinta nel suo Paese per la versatilità nelle tecniche artistiche, per una felice pittura con i medium tradizionali e la capacità di spaziare nei generi artistici con prove di nudo, di disegno dal vero, di restituzione del naturale dove corolle fiorite, paesaggi campestri, rivelano anche la segreta inclinazione per andare al di là del visibile e cogliere la segreta anima delle cose.
L'eccellenza di Wang You sta in questa attitudine alla penetrazione dell'esistente per fermare in immagini abbacinanti, portatrici di verità, il nocciolo segreto delle forme viventi, sia quella di un freddo paesaggio invernale, sia quello di individui folgorati in uno spazio deflagrante, la cui carne e il cui sangue si estenuano in lingue di ghiaccio e di fuoco. Le figure umane di Wang Yu tesaurizzano l'entità spazio temporale, assolutizzandosi nella relatività del contingente; i corpi perdono peso, i volti si deformano, i lineamenti fisionomici fibrallano in un pulviscolo lentigginoso che disgrega la materia, per lasciar posto a caverne iridescenti che metaforizzano l'io, lo stato della coscienza, la memoria dell'impronta vivente. Il vuoto a rendere di Wang Yu è un pieno di tragico esistere, è accumulo di emozioni e di esperienza germinata sul destino umano.
Così la giovane artista giunge ad abbandonare la scrittura figurativa per guadagnare quella pienamente simbolica in tele che alludono nella titolazione a una perlustrazione nei territori dei sentimenti e delle emozioni, sino all'incursione nel regno della paura dove l'inseguimento è l'altra parte di ciò che ricerchiamo, dove il centro è quadratura della nostra esistenza, dove la preoccupazione è compagna dei nostri giorni, dove tutto è ricerca di orientamento e di senso.
Per dare immagine a ciò fa ricorso all'automatismo grafico del Surrealismo, rivisto attraverso l'Action painting americana e l'Astrazione lirica connotata dai fondali imbibiti di luci psichiche sui quali l'artista interviene con mirati dripping e nuovi alfabeti che fermano sulla tela stati emozionali, sensibilità toccate da nervi scoperti, da umori carpiti alla propria coscienza, da veglie spalancate sul presente. Sembrerebbe quindi che il messaggio dell'artista si innervi di quel senso negativo della nostra epoca che mediante la denuncia del non senso ha cercato, dall'arte europea a quella extraeuropea, di legittimare la medesima operazione artistica ed attività estetica quale dimensione creativa necessaria a rispondere alla domanda: da dove veniamo, chi siamo, dove andiamo? La vocazione filosofica e l'attitudine alla speculazione scorre segreta e sommessa nell'opera di Wang Yu, a tratti emerge prepotente perché non si possono tradire le proprie radici, non si può tacere dell'affiliazione alla linea psichica e simbolica vincente nell'arte del Novecento rispetto a quella realistica e storicistica. Wang Yu si misura con quest'ultima quando guardando alla pop art squaderna sulla tela gli oggetti che la circondano, li riduce a icone del suo tempo. Attorno a me (2005) vuol dire parte del mio mondo, l'artista raffigura i prodotti della civiltà contemporanea, tra beni essenziali e superflui, insieme li decontestualizza isolandoli in uno spazio misurato per esorcizzarne la presenza e recuperare il proprio respiro. È ancora un'operazione di condensazione funzionale a immettere in una dimensione simbolica le cose che tocchiamo, che guardiamo, che raccontano del nostro modo di esserci e di fare la differenza.
Su questa linea si inseriscono anche la serie di tele Blu notte, Bruno-rosso (2006) nelle quali è il colore a trasfigurare vedute cittadini o simulacri di ideologie e di guerra, il mondo viene reinterpretato con il ricorso a luci livide o a risoluzioni rubate agli effetti della fotocamera con quelle strisciate di neon che trasformano una via cittadina in un immagine da album di fiabe. Le forme del visibile, unitamente a quelle del sentire vanno per Wang Yu scandagliate e riportate alla superficie della coscienza. È questo il caso anche di opere come Bianco freddo, Bianco calda (2006) dove la neve che imbianca un brano di natura filtra una figurazione interiore sostenuta dai linguaggi dell'arte del Novecento, che spaziano dal simbolismo di stampo nordico all'iperealismo statunitense. Del resto Wang manifesta il suo interesse per le avanguardie quando rende omaggio a Kandinskij, forse l'artefice più vicino alla cultura artistica moderna di Yu, anche per quell'interesse alla tradizione e all'arte orientale che l'autore de Lo spirituale nell'arte palesa nei suoi paesaggi anteriori al 1910.
E spirituale è anche tutto il lavoro dell'artista cinese, nel senso di un anelito a trasfigurare il visibile in una dimensione che sarebbe improprio chiamare "sentimentale", è la trascrizione dell'esistente in una chiave simbolica e metapsichica a nutrire l'opera di questa giovane il cui talento, ci auguriamo, avrà modo di dispiegarsi nella poliedricità di espressioni di cui adesso le sue tele esprimono la varietà semantica della ricerca.
Renata Casarin
Mantova, 28 gennaio 2009